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"Ogni libro che traduci ti porta a leggere tanti altri libri. È un lavoro culturale e di grande curiosita. È un lavoro molto creativo e non è mai ripetitivo. Ti porta ad aprire tante porte, a leggere tante cose e a scoprire tante storie che diventano parte del tuo bagaglio culturale personale"

 

Esattamente 20 anni fa, per il Natale del 1998, una mia carissima amica italiana mi regalò un libro di un certo Luis Sepúlveda per farmi migliorare il mio Italiano. Era un romanzo allora famosissimo in Italia, da cui era stato girato anche un omonimo cartone animato. Si chiamava "Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare” e lì per lì l’ho lasciato da parte perché in quel momento era una lettura difficile per me, ma dopo qualche anno l’ho ripreso e sono rimasta affascinata dalla storia raccontata dallo scrittore cileno.

Ma la vera conoscenza di Sepúlveda è per me avvenuta con la lettura del suo primo libro, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, il romanzo che lo ha portato al successo in Europa e con cui è iniziata la sua fama mondiale. L’ho letto e riletto varie volte, sia in Italiano sia in Russo. L’ho regalato diverse volte agli amici russi e italiani perché desideravo veramente far conoscere loro questo stupendo scrittore e un romanzo cosi' unico e bello.

Passavano gli anni, la mia biblioteca di libri in Italiano diventava sempre più consistente e io, tra gli altri, continuavo a comprare i libri di Sepúlveda e portarli con me dall’Italia a Mosca. Poi un giorno, in una delle serate piovose tipiche del dicembre lucchese, ricordo che sulla porta di una libreria ho visto l’annuncio di un incontro con Luis Sepúlveda e la sua traduttrice italiana, Ilide Carmignani. Ero strafelice di essere proprio in quel periodo a Lucca e aspettavo con tanta impazienza il giorno dell’incontro con queste due persone. All’ultimo momento, però, Sepúlveda si è ammalato e non è riuscito a venire. Ricordo che mi è dispiaciuto moltissimo, perché il desiderio di conoscere uno dei miei scrittori preferiti e la sua traduttrice era immenso. L’incontro si è effettuato qualche mese dopo ma io ero già dovuta tornare in Russia.

Oggi sono strafelice di condividere con voi, miei lettori, una conversazione con Ilide Carmignani, la traduttrice di tutti i libri di Luis Sepúlveda in italiano. Ho sempre saputo che prima o poi quel mancato incontro di dicembre sarebbe stato recuperato. È stato un vero e proprio piacere, e onore, conoscere Ilide. Le sono molto grata per il nostro incontro e per la possibilità di parlare con una delle più famose e brave traduttrici contemporanee. Credo sia una conversazione molto interessante non solo per i lettori ma anche per gli studenti e tutti coloro che conoscono il mondo della traduzione e capiscono questo mestiere vivendolo dal di dentro.

Vorrei ringraziare anche Pellegrino Carmignani che mi ha sostenuto nell’organizzazione di questo appuntamento.

E ora mi tocca aspettare il momento in cui sarà possibile vedere e ascoltare Ilide assieme a Luis Sepúlveda in uno dei loro incontri con i lettori italiani. Sono sicura che prima o poi riesco a realizzare anche questo mio desiderio.

***

 

Marina: Ilide, prima di tutto vorrei ringraziarti di questo incontro!
Hai tradotto in italiano tutti i libri di Luis Sepúlveda, da poco è uscita la tua traduzione di “Cent’anni di solitudine” di García Márquez. Tra gli autori tradotti da te ci sono anche Bolaño, Borges, Cernuda, Fogwill, Fuentes, Grandes, Neruda, Onetti, Paz, Pérez-Reverte. Perché hai scelto la lingua spagnola?

Ilide Carmignani: Un po’ è stato un caso. Il primo anno di università mi ero iscritta a Inglese e Tedesco. Lo Spagnolo mi piaceva, però pensavo che il Tedesco mi avrebbe aiutato di più a lavorare e l’Inglese mi sembrava una scelta obbligata. Poi ho scoperto che l’Istituto d’Inglese e l’Istituto di Tedesco mettevano il lettorato del primo anno esattamente nello stesso orario, forse si odiavano, e avrei dovuto avere il dono dell'ubiquità.

Ci ho pensato un po’ su e mi sono chiesta: “Cosa lascio, Inglese o Tedesco?” L'Inglese un pochino l’avevo fatto. Poco, perché avendo frequentato il Liceo Classico ho studiato Inglese solo per i primi due anni, però mi sembrava una lingua più scontata. Allora ho pensato di lasciare quella e di continuare col Tedesco. E dovevo scegliere una nuova lingua. E a quel punto mi sono detta: “Faccio una lingua che mi piace!” Lo Spagnolo era una lingua che mi piaceva. Non la conoscevo, però quando ero al liceo leggevo poesie della generazione del '27: García Lorca, Rafael Alberti. Ce le avevo con il testo a fronte. Le guardavo in Spagnolo, le guardavo in Italiano, mi divertivo a trovare le differenze. La scelta fu un po' legata anche al timore dello scoraggiamento. Una lingua come il Tedesco è veramente difficile, insomma è lontana dalle lingue neolatine, quindi avevo anche un po’ paura di non riuscire a impararla sufficientemente bene, non solo per parlare o scrivere ma per averne un buon dominio, anche se non da madrelingua. Lo spagnolo invece, essendo una lingua affine, è così accogliente per gli italiani. Ero stata in Spagna: il mio primo viaggio all’estero da sola è stato proprio in Spagna. Sono stata in Costa Brava e a Barcellona, e mi è piaciuto moltissimo. Era un periodo molto interessante perché era il 1978, Franco era morto da poco e il Paese era in piena transizione. Iniziava la "movida" e c'era una grande eccitazione per la fine del regime franchista. Culturalmente era un periodo molto vivace. Un po’ per la letteratura, un po’ per questa lingua così accogliente, un po’ per il Paese in un momento così particolare, mi sono detta: “Faccio Spagnolo!” Poi mi è piaciuto così tanto che quando sono arrivata al terzo anno ho lasciato Tedesco come quadriennale e ho passato lo Spagnolo a prima lingua.

M: E ora lavori esclusivamente con lo Spagnolo?

IC: Ora traduco solo dallo Spagnolo.
Dopo essermi laureata in Italia ho studiato un anno negli Stati Uniti. Mi sono perfezionata in letteratura spagnola e ispanoamericana e traduzione alla Brown University, tra Boston e New York, a 45 minuti da Harvard, e i professori lavoravano sia alla Brown sia a Harvard, essendo entrambe università dell'Ivy League. Io a volte andavo ad Harvard, oppure i professori di Harvard venivano li’. C’era anche Princeton molto vicino e la Columbia University a New York. Anche quella era un atmosfera molto interessante, molto vivace. Però non avevo molta voglia di vivere negli Stati Uniti. E il PHD americano non era riconosciuto come titolo di dottorato in Italia.

M: Non volevi rimanere a vivere in America?

IC: Volevo tornare in Italia. La scelta era tra fare la carriera accademica negli Stati Uniti, oppure rientrare e trovarmi un lavoro diverso. Avevo una certa esperienza degli Stati Uniti perché mia madre è americana, anche se ha vissuto quasi tutta la sua vita in Italia, e non mi attirava l’idea di vivere a cavallo dell’Atlantico. Così, pur essendo in una situazione abbastanza invidiabile (Brown è una delle migliori università del mondo), ho preferito tornare in Europa. L’Europa per me era ed è il centro del mondo.

M: Hai già capito all’università che volevi fare la traduttrice?

IC: Sono tornata qua e ho cercato subito lavoro come traduttrice perché volevo lavorare coi libri. All’inizio avevo pensato alla carriera accademica, ma era molto difficile entrare all’Università. Così mi sono chiesta: cosa posso fare per lavorare coi libri? La traduzione è stata una risposta abbastanza naturale. Dopo la laurea, un professore a Pisa mi aveva detto: “Hai voglia di tradurre questa raccolta di poemi in prosa?”. Voleva pubblicare un volumetto e aveva bisogno di qualcuno che glieli traducesse perché lui voleva occuparsi solo della prefazione. La traduzione non era riconosciuta come titolo universitario, come lavoro scientifico per i concorsi, quindi per lui era una perdita di tempo. E così ho passato una bellissima estate a tradurre questa raccolta di poemi in prosa.

Poi sono partita per gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti mi sono un po’ guardata intorno, ho cercato dei libri da proporre a editori italiani e quando sono rientrata a fine giugno sono andata a Milano e ho detto: ci sarebbero questi libri interessanti da tradurre. Poi in realtà quei libri non me li hanno fatti tradurre, però me ne hanno proposti degli altri. Ho fatto delle prove di traduzione e ho cominciato.

M: Le tue prime traduzioni erano dall’Inglese, vero?

IC: Sì, i primi libri erano dall’Inglese. Mi avevano proposto di tradurre dall’Inglese perché c’è sempre molta richiesta in Italia: quasi la metà dei titoli stranieri pubblicati è dall’Inglese. Quindi, se vuoi cominciare a tradurre, è più facile. Però io volevo tradurre dallo Spagnolo, la mia specializzazione era quella. Quindi ho dovuto aspettare due o tre anni. All’epoca si traduceva molto poco dallo Spagnolo. Poi per fortuna sono arrivati Sepúlveda e tanti altri nuovi autori.

M: Qual è stato il libro con cui è iniziata la tua carriera di traduttrice dallo Spagnolo?

IC: Il primo libro che ho tradotto come professionista dallo Spagnolo era un romanzo erotico, «Le età di Lulù». Era un’immagine della movida. Ricordo che mi fecero fare una prova di traduzione. Eravamo in quattro o cinque traduttori e fui fortunata. Il primo libro tradotto fra quelli che avevo proposto io fu invece “Ocnos”, i ricordi dell’infanzia sivigliana di un poeta che si chiama Luis Cernuda. Poeta meraviglioso.

Invece, il primo libro che ho tradotto come professionista dall’Inglese si chiamava “Daughter of Tibet” (“Figlia del Tibet”) ed era l’autobiografia di una principessa tibetana. Lavoravo per Serra e Riva, una casa editrice che proponeva dei titoli abbastanza raffinati. Ha scoperto autori come Carver. L’Inglese era molto semplice perché non era scritto da un madrelingua, ma quella semplicità riportata tale e quale in italiano non sempre funzionava, bisognava rielaborare un po’. Era anche particolare il modo in cui l’autrice costruiva i periodi, a volte si faticava a capire il nesso logico, l’andamento era come circolare. Il libro ebbe fortuna, anche perché per puro caso in Tibet ci furono delle rivolte. Non c’era quasi niente da leggere sul Tibet e quel libro diventò il best seller della casa editrice.

M: Di solito, chi scegle il libro da tradurre: la casa editrice o tu?

IC: Qualche volta capita che proponga io, ma novantanove volte su cento lo fa la casa editrice. Diciamo che di solito si investe molto tempo a proporre titoli all’inizio della carriera, perché gli editori non ti conoscono, allora proponi tu qualcosa e, se trovi un libro interessante, l’editore lo prende e ti affida la traduzione. Io ormai propongo solo se incontro un libro molto molto bello... Ad esempio mi è capitato fra le mani un racconto per ragazzi di un giornalista e scrittore argentino famoso, Rodolfo Walsh. Si intitola “Tre portoghesi sotto un ombrello” e non era mai stato tradotto in italiano da nessuno. È un libro molto divertente, Walsh era una grande penna. L’ho proposto a Gallucci e l’editore è stato felice di pubblicarlo.

Di solito, però, gli autori che traduco sono talmente famosi, e anche costosi come diritti, che non ha alcun senso proporli. Sarebbe assurdo proporre Bolaño, Borges, García Marquez... li conoscono tutti e le trattative si svolgono direttamente fra agenti e editori.

M: A proposito di Luis Sepúlveda, come è avvenuto il vostro primo incontro?

IC: Per caso. Il suo primo libro fu scoperto da una editrice francese, Anne-Marie Métailié, ed ebbe molto successo in Francia. Il volume, di un autore allora sconosciuto, risvegliò parecchio interesse e destò anche quello dell’editore italiano Luigi Brioschi, amico di Anne-Marie Métailié, che decise di pubblicarlo e di affidarne a me la traduzione. All’epoca collaboravo molto con la Guanda.

M: Che libro era?

IC: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”

M: Ah, proprio quel fantastico romanzo che io adoro!

IC: Sì! Il vecchio ha avuto successo e ho continuato a tradurre Sepúlveda.

M: Con Luis Sepúlveda siete amici oppure avete solo un rapporto ufficiale di lavoro tra traduttrice e autore?

IC: Sono quasi 25 anni che lavoriamo insieme. È un rapporto di lavoro ma è entrata anche un po’ di confidenza. Mi ha invitato più volte in Spagna, al suo festival di letteratura, e io l’ho invitato più volte a incontri sulla traduzione che organizzo qua in Italia. Sono stata a casa sua e lui è stato a casa mia. Mi ha scritto anche stasera, mentre venivo qui, perché sta per uscire un suo libro curato da un giornalista del Corriere della Sera, Ranieri Polese, e devo tradurre la prefazione.

M: C’è qualche difficoltà nel tradurre Sepúlveda?

IC: Ci sono varie difficoltà. La più grossa è che lui è così espressivo che è difficilissimo non appiattirlo. La sua è una lingua molto asciutta, semplice ma di grande efficacia, con un registro quotidiano, perché non è uno scrittore chiuso in una torre d’avorio, vuol dar voce a chi non ha voce. L’Italiano invece, pur avendo una grande tradizione, è una lingua in difficoltà sui registri colloquiali, che scivolano subito nel regionale.

E poi Sepúlveda usa una lingua molto visiva. Viene dal teatro, ha studiato drammaturgia e ha fatto il regista teatrale e cinematografico. Ha girato due film e un documentario sull’Amazzonia che ha vinto anche un premio a Venezia. Quindi la narrazione spesso avanza attraverso la descrizione di quanto accade. E le lingue non sempre descrivono i gesti nello stesso modo. Ogni lingua sceglie, per così dire, fotogrammi diversi del movimento. I dialoghi, inoltre, hanno un ritmo serrato, che non deve infiacchirsi. Infine, ci sono problemi di traduzione di varianti locali dello spagnolo o di termini culturali o di espressioni idiomatiche. Però siamo sempre in contatto e se ho dubbi, gli mando una e-mail e lui mi risponde subito.

M: I suoi libri piene di battute. Sepúlveda pare una persona con un buon senso dell'umorismo. Magari anche questo può mettere in difficoltà un traduttore.

IC: È vero, ha un grandissimo senso dell’umorismo, spesso è ironico, bisogna stare bene attenti a restituire il tono.

M: Tu fai questo lavoro dal 1987. Hai tradotto un centinaio di libri. Ad oggi, di quale delle tue traduzioni sei più soddisfatta? Forse la mia è una domanda un po’ strana, ma te la faccio lo stesso.

IC: A distanza di tempo vedi molto bene i pregi e i difetti di una traduzione. Poi, magari, c’è una traduzione a cui sei più affezionata, ma non è detto che sia quella che ti sembra venuta meglio. Comunque una traduzione a cui tengo molto è “Cent'anni di solitudine”, un’altra è “2666” di Roberto Bolaño e la terza è “La gabbianella e il gatto” ma anche “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.

M: Di solito ti danno un limite di tempo?

IC: Ti danno un periodo di tempo che può essere molto ampio o molto stretto. Dipende. Un best seller o un instant book va fatto di corsa, un classico se non ha anniversari particolari si può tradurre con calma.

M: Rileggi la traduzione subito dopo la stampa oppure deve passare un po’ di tempo?

IC: Di solito, dopo che è pubblicata non la rileggo. Mi capita di rileggerla quando insegno Traduzione. Lì ci lavoro con gli studenti e quindi inevitabilmente la devo riguardare. In ogni modo la traduzione è legata al momento, cambia il tuo modo di vedere il testo, il tuo modo di tradurre, cambia la tua lingua di traduttore, cambia l’italiano in generale. Quando rivedi le scelte che hai fatto a volte ti dici: “Perché non ho messo così?". Meglio non rileggere.

M: Com'è organizzato il processo di traduzione di un libro? Quali fasi ci sono e come sono organizzate nel tuo modo di lavorare?

IC: Affronto il lavoro di traduzione per stesure (ma quello che funziona per me non è detto funzioni per altri). Per la prima stesura uso addirittura il registratore: faccio una sorta di traduzione simultanea, che mi permette di concentrarmi più a fondo sul testo, di averne una memoria più lunga, senza la distrazione costituita dalla scrittura (batto con due dita). Questa prima stesura non la considero una traduzione ma una semplice lettura, che mira unicamente a entrare nel testo, nel laboratorio dello scrittore. Nella seconda stesura, che è comunque ancora parte della fase interpretativa, utilizzo invece tutti gli strumenti lessicografici a mia disposizione, per sviscerare ogni sfumatura. Nella terza stesura comincio a pensare all’italiano, alla possibilità, in caso di bisogno, di allontanarmi dall’originale, per esempio di sinonimizzare davanti a ripetizioni non funzionali. Le stesure successive sono riletture pressoché infinite dell’italiano, perché il testo aderisca il più possibile, sotto tutti gli aspetti, all’originale e al tempo stesso perché acquisisca una sua autonomia. Il concetto di traduzione adottato dal mondo editoriale, infatti, non è quello interlineare di “traduzione-stampella”, per aiutare didatticamente chi non sa troppo bene la lingua di partenza a leggere l’originale. Si tenta in ogni modo di salvaguardare anche le valenze estetiche del testo producendo una versione che sia tale in italiano come era in originale, e non resti “a cavallo” fra le due lingue. L’ultima fase è il confronto con lo scrittore, se è vivente, e quella con il revisore, che in un certo senso è il vero lettore, perché in genere è l’unico che legge la traduzione con davanti l’originale e quindi il solo in grado di valutare la validità delle soluzioni adottate.

M: Hai tradotto tanti libri e nella traduzione letteraria il traduttore è anche un vero e proprio coautore. Non ti è mai venuta voglia di scrivere un libro?

IC: Ho fatto un libro di interviste a traduttori, scrivo recensioni per i giornali, scrivo articoli. Se invece intendi scrivere narrativa ti rispondo così: quando traduci delle cose belle come quelle che traduco io, ti viene da fare il confronto con quello che scriveresti tu e ti dici “Ma perché?” Quando lavori in questo ambiente leggi molti libri, e ti capitano anche tanti libri brutti. Meglio tradurre un libro bello che scrivere un libro brutto.

Uno scrittore ha urgenza di dire, è certo di avere cose importanti da dire. Io quell’urgenza non ce l’ho. Il traduttore tende più all'ascolto.

M: Tu leggi moltissimo. Hai degli autori preferiti? Cosa hai sul comodino oggi?

IC: Ci sono dei libri che ho sul comodino anche da trent'anni. Ad esempio i “Dialoghi con Leucò” di Pavese. Ce l’ho qua da quando avevo più o meno 17 anni. Ora ho anche la raccolta delle poesie di Wisława Szymborska, la polacca premio Nobel. E poi “Memoria di ragazza” di Annie Ernaux e, in questo momento, Michele Mari, che è un autore italiano che mi piace moltissimo. Questi sono i quattro che ho ora sul comodino.

M: Ma non c’è un libro che ti viene la voglia di rileggere, di riaprire di tanto in tanto?

IC: Per me è Pavese, ci sono delle parti che conosco a memoria. E poi saranno dieci anni che ho sul comodino la Szymborska, e la leggo e rileggo. I romanzi forse meno. Di Pavese sono I dialoghi con Leucò, prose quasi poetiche.

Un romanzo che mi piaceva tantissimo quando ero giovane era “Guerra e pace”. Non so quante volte l’ho letto. Oh, il primo ballo di Natascia...

M: Secondo te, quale sarebbe la traduzione più bella di Tolstoy?

IC: Non lo so. All’epoca ho letto quella che avevo in casa e non avevo le competenze per giudicarla; non so nemmeno il nome del traduttore, che vergogna. Una traduzione bellissima è quella di "Anna Karenina" fatta da Claudia Zonghetti.

M: Se ti chiedo di parlare dei lati positivi e negativi del tuo lavoro, quali sono?

IC: I lati positivi. Se ti piace leggere e scrivere è un bellissimo mestiere, perché passi il tuo tempo a fare queste due cose. E poi hai modo di giocare con le lingue e di leggere tanta letteratura.

Ogni libro ti insegna mille cose perchė fai un sacco di ricerche. Mi viene in mente Bolaño, che sto traducendo ormai da dieci anni: in 2666 racconta dei femminicidi nel Nord del Messico. Non so quanto materiale ho letto sull’argomento, sui narcos, sulla Santa Morte, sull’emigrazione, sulle maquiladoras.

Ogni libro che traduci ti porta a leggere tanti altri libri. È un lavoro culturale di grande curiosità. Un lavoro molto creativo che non diventa mai ripetitivo. E poi ti porta a incontrare gli scrittori. Ti porta a incontrare la gente del mondo editoriale - editori, redattori, giornalisti-, persone che si muovono, che leggono, che viaggiano. Persone che hanno tanto da raccontare.

Un aspetto negativo, invece, è che in Italia è un mestiere poco riconosciuto e malpagato. Per esempio da noi, tranne casi particolari come la traduttrice di Pennac o il traduttore di Banana Yoshimoto, non si prende la percentuale sulle vendite. E poi è un lavoro solitario. Se non ti organizzi, tendi un po’ a isolarti. Anche se ormai ci sono mille convegni per traduttori.

M: Da famosa traduttrice e insegnante, cosa potresti consigliare ai giovani che pensano di intraprendere la tua stessa carriera? Cosa devono sapere, quali sono le cose più importanti, quali qualità devono avere per poter fare bene questo lavoro?

IC: La formazione è lunga. Sono tanti gli aspetti di un testo da restituire sulla pagina. Devi conoscere molto bene l’altra lingua per coglierne tutte le sfumature: non solo il significato astratto della parola ma anche il significato concreto che acquista all’interno del suo contesto: quella frase, quel libro, quella cultura, senza contare l’aspetto fonico e ritmico. E poi bisogna conoscere bene la propria lingua. Avere un Italiano sufficientemente flessibile, sufficientemente ricco e articolato, un italiano letterario. Bisogna esercitarsi, leggere tantissimo nell’altra lingua e nella propria.

Il problema dei traduttori giovani di solito è legato all'Italiano. I ragazzi di oggi conoscono la lingua straniera molto meglio di quanto la conoscessimo noi alla loro età, però si muovono peggio nella propria. All'università si scrive poco, in pratica solo la tesi, con quel linguaggio alto e polveroso. Comunque ormai ci sono mille corsi. Nella scelta è bene tener presente che, se poi si vuol tradurre come lavoro, è fondamentale esercitarsi sotto la guida di traduttori di lunga esperienza editoriale. E poi, in generale, ci vuole pazienza o forse testardaggine, e precisione o forse ossessività.

 

Marina Nikolaeva/Lucca, giugno 2017

 
 
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